Green light – An artistic workshop
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A volte non è come sembrare...

 

Il progetto Green light richiede una certa riflessione da parte di tutti: della parte di ideatori, partecipanti e spettatori. L’attività principale del workshop si può dividere in quattro parti. La costruzione di una lampada di design - la cui forma geometrica è stata inventata - e brevettata - da Einar Thorstein (1942-2005) con il nome di “super cube”. La messa in luce di un attuale problema socio-politico (l’ingente flusso migratorio, in particolare, dall’Africa e dalla Siria). Il coinvolgimento di ragazzi in attesa di permesso di soggiorno presso cooperative venete - in qualità di “participants” - e di giovani studenti operanti nel contesto veneziano - in qualità di “volunteers”. Ed infine, la modalità “fundraising” di raccolta fondi da devolvere a organizzazioni non governative umanitarie. Importanti sono, dunque, il contesto in cui si presenta e sviluppa il progetto, la presenza di persone che vivono il/nel territorio e una determinata modalità di interazione (riassunta con il termine “workshop”). Dopo mesi di esperienza diretta, ad ogni singolo soggetto coinvolto (più o meno direttamente) risulta impossibile non trarne una/la propria conclusione. É un progetto complicato - più che complesso - perché (forse) ha sottovalutato l’importanza della sua (teorica) esplicazione pratica all’interno di una contesto, come quello della Biennale di Venezia, già carico di significati.

Da qui, la necessità di doversi costituire e sviluppare attraverso un’organizzazione in grado di leggere e tradurre il concetto e (di)spiegarlo all’esterno. Ritengo che il progetto debba essere inserito all’interno di una sfera più ampia e non “propriamente artistica” dal momento che dà l’illusione di volersi focalizzare su una tematica più “propriamente sociale” senza assicurarsi di lasciare una stabile traccia nello spazio esterno o nel tempo. Focalizzato sulla metodologia elaborata da Eliasson e il suo studio e quindi lontano dai reali meccanismi di sussistenza e salvataggio come quelli delle ONG ed altre entità associative, il progetto, rimane circoscritto allo spazio espositivo attribuitogli (nel Padiglione Centrale). In secondo luogo, ciò che impatta la vista è la particolare grafica che informa e disegna lo spazio con l’impronta dell’autore. Difatti, riprendendo le parole di Eliasson “Green light displays a modest strategy [..]“: il design, quindi, emerge e si mette in mostra all’interno di un contenitore artistico. Il contesto in cui rimane assume così un’importanza predominante che si riflette in una determinata scelta estetica - identificativa del progetto (più di design) - e solleva al contempo una interrogazione sul luogo stesso in cui si manifesta - la Biennale di Venezia - e ad un suo possibile slittamento verso altro.

 

A chi e dove si (ri)volge questa manifestazione - internazionale - di arte contemporanea? La lampada diventa medium - mezzo / strumento - e la sua costruzione una sorta di processo che obbliga e permette al contempo di conoscere, in modo volendo coercitivo, l’altro attraverso un linguaggio non verbale. Tale attività di interazione, avente sia carattere tecnico che pratico, orienta verso la condivisione. Diventa quindi marginale la circostanza che il medium sia una lampada di design (la cui forma è stata utilizzata anche come possibile metafora dell’intero progetto: “The lamp is a symbol of interconnection simultaneously, only due to its shape. If you would change its shape, it could not interconnect anymore”1) e che la stessa diventi oggetto di scambio in denaro con il pubblico per raccogliere fondi che restituiscono “qualcosa” al sociale. Centrale è “l’essere umani”, ma non tanto nelle nostre resistenze o difficoltà - forse più che naturali - rispetto un processo di integrazione, piuttosto nella nostra varietà relazionale. La condivisione diretta, in qualità di partecipanti o volontari, di questa realtà in costante confronto per mesi con il pubblico unisce e divide creando un movimento interessante e situazioni spesso non prevedibili. Tale apparente - o constatata - difficoltà dipende, tuttavia, da una avventatezza o ingenuità gestionale nel non aver agito ponendo i soggetti coinvolti su un nuovo livello di consapevolezza.

L’aver preso cognizione delle possibili deviazioni del progetto, invece, lo si deve piuttosto ad un processo casuale. Probabilmente, anche una semplice spiegazione della differenza concettuale, operativa e giuridica tra “work” e “workshop” avrebbe potuto ovviare situazioni che hanno fatto emergere problematiche tipicamente umane come la difficoltà di dare o darsi una distanza rispetto alle proprie sensibilità. O forse il progetto mira proprio a questo: indagare nel tempo sulla possibilità di una sua applicabilità più estesa. Si può riconoscere, invece, all’artista di aver operato (d)all’interno di un appiattimento culturale chiedendo agli spettatori di prenderne atto, di essere visto? Occorre forse aprire una riflessione sulla contemporaneità e sulle responsabilità che hanno bisogno sempre più di essere individuate, e prima ancora (forse da qualcuno) riconosciute. Dal campo dell’etica, l’azione responsabile, passa a quello della politica: mentre il legislatore intensifica le regolamentazioni per individuare e attribuire delle responsabilità, la società è oppressa e “l’arte” la trasforma in slogan fini a se stessi. L’autore/artista, accettando l’invito della curatrice della Biennale, esprimere una propria sensibilità applicando il suo metodo di lavoro, mettendo però in atto un processo al quale si sottrae.

written by Lucia Bergamaschi, volunteer